| Profiel van francesca:*-°^_°+*...MADRIGALE°-+...Foto'sWeblogLijsten | Help |
|
04 juni esercizi di stile...Diario: 21 Novembre 2008
Piovono lacrime sul sagrato di S.Matteo, sull’ardesia ed il marmo ingrigito di smog, sull’insegna d’ottone del calzolaio all’angolo di Via Chiossone, e su di me. L’ho fatto. Non mi muovo. Aspetto di sentire. Mi commuovo nel riavvertire i brividi sul collo, mentre la camicia si inzuppa e mi si appiccica sul petto madido di sudore. Mi sorprende ogni goccia sul braccio, ogni pelo intirizzito, ogni segno della mia presenza. All’improvviso inspiro. L’odore di sale, di intonaco bagnato, di pietra umida mi risveglia. Voglio vederlo. Il suo richiamo mi rialza e mi trascina giù per i carruggi uggiosi, mentre ad ogni respiro tento di trattenerlo dentro di me, ancora un po’ più a lungo. Le pareti dei palazzi mi si stringono attorno come ad impedirmi quella doccia salvifica. Sempre più velocemente mi affretto per Campetto. Quanti volti sfuggono il mio sguardo nello slancio verso il riparo, mentre lingue di vento lambiscono loro le membra infreddolite insinuandosi tra le pieghe ormai zuppe di trench e sciarpe in cui sono infagottati. Il mio respiro si fa più affannoso sulla soglia di Piazza Banchi finché ecco che la luce filtrata dalle grondaie inonda la mia vista abituata alla penombra dei carruggi, e in quell’atmosfera sospesa ed ovattata il cielo bianco di nubi mi mostra il suo confine. Finalmente il Mare. Mi riempio i polmoni di quell’aria salmastra del porto e, rincuorato, rallento il passo. Caricamento tutta si sta svuotando, mentre ogni cosa muta. Ogni attività si adegua al nuovo clima e così i venditori si rifugiano nei portici sottoripa, le edicole si coprono di pellicola trasparente e nulla si ferma. A Genova il tempo è denaro: affermazione che ormai vale globalmente, ma qui si vanta di una pratica plurisecolare. Afferro il parapetto che mi divide dall’acqua. Il freddo del metallo distende le mie mani tese ed arrossate. Guardo il mare. Non mi occorre voltarmi. Conosco a memoria il susseguirsi dei colori degli edifici dietro S.Giorgio, il nugolo fremente di turisti sotto l’Acquario, le palme che si scontrano con l’anima del porto e l’asfalto che ricopre la riva intervallato da lapidi multiformi come il Bigo e gli impianti eolici allineati militarmente sulla via dei Mercati del cotone. Percorro l’antica passeggiata sulla riva e non faccio che fissare il mare. Così paziente ed immutabile nella sua versatilità, dignitoso ed antico, memore di una temerità passata ed ora obsoleta sotto il peso di cemento e chip, ma viva. Penso alla mia città: a Via Garibaldi, che percorrevo per andare a scuola, con i suoi palazzi ognuno eccellente in un’arte; a tutti i vicoli, se qualcuno li conosce tutti; alla cattedrale, guadagnata da questa gente forte con sacrifici e furti; alle mille cappelle disseminate come scrigni negli anfratti più impensati, a Castelletto e al Righi dove guardavo le stelle, alla panchina dove mangio la focaccia calda in pausa pranzo e ai mille locali speciali, segreti, fatti di cunicoli e antiche cantine o di specchi e maioliche pregiate, e rifletto su tutto ciò che fa di questa mia città, Genova. Forse sbaglio. Forse tutta la mia rinascita non è che un perverso scherzo della mia fragile e tormentata psiche e sto per fare del male a molti. Non cambierò idea ugualmente. Troppa la superbia, l’egoismo, la curiosità fremente e la certezza del mutamento. Troppi i vicoli del mio intricato io. Poco il tempo per dipanarne anche solo alcuni. Poca anche la volontà di farlo. Per la prima volta sento in prima persona. Io che ogni giorno osando con lo sguardo oltre la nicchia bianca illuminata solo dalla luce del mio pc e la massa dei miei cloni potevo scorgere oltre la finestra dell’ufficio il pulsare di quella vita che anelavo in ogni passante e descriverlo minuziosamente sulla carta riportando dettagli emozionali che nemmeno lo sconosciuto sapeva di provare. Non ho fatto che scrivere sempre di altre cose, altri luoghi, altre persone, rinchiudendo in quelle pagine i miei sogni. Io, che per tutta la vita ho immaginato di vivere, ora avverto il mondo, il Mare. Lo faccio per il Mare. Per tutto ciò che ha fatto per me, per la mia vita, per il mio cuore, per tutte le onde che ho contato prima di immergermi e farmi travolgere. Ecco, è iniziato. Un boato potente si unisce al coro dei tuoni celesti. E poi un altro. E un altro. Il cielo grigio crolla con i tetti dei palazzi, rovina a terra con i campanili delle chiese. Tutta l’aria si riempie di polvere e ceneri della città. Mi sembra quasi che un maremoto voglia travolgermi dalle pendici dei monti per poi riunirsi al Mare. Nulla si salva. Ho lavorato bene con gli ordigni. Non mi volto, non occorre. Voglio vedere solo il Mare. Solo lui è rimasto. Solo lui si è salvato. Lui c’era ed è restato. Tutta Genova era Mare. Tutto è tornato Mare e da lui risorgerà, emendata dal lerciume terreno, disinfettata dal sale marino, rigenerata dai frutti delle acque. Eppure forse non sarà diversa. Forse nascerà identica dall’identica fonte. Forse. Mi volto di scatto. L’aria impregnata del pulviscolo è pesante, ed irrespirabile, e come una nebbia fitta mi avvolge completamente nel silenzio. Innanzi al nulla inizio ad inspirare più affannosamente. Il dubbio mi attanaglia: cosa avrebbe voluto il Mare?
esperienza1-06-08 Andromaca
Tentativi di definire ciò che sto ascoltando:
simbolista, shockante, agghiacciante, avveniristico,oscuro...ermetico quasi, o forse. evocativo,virtuosismo vocale, d’avanguardia,…..contrasto armonico
e poi Teseo- ..è come sentire una voce dal passato che urla la propria storia frustrata, contrastata dal rumore stesso. È lotta tra note. Dà i brividi e lascia inebetiti. Trascina in un luogo dove la volontà di definire si decompone anestetizzata dal suono puro…epurato anzi...di ogni estetismo. Eppure è bello. 02 juni senza tempoera un pò che volevo pubblicarlo.. ecco il risultato di un pomeriggio di gennaio speso a (non)studiare latino...
Caterina lo amava alla follia. Era arrivata in anticipo, di molto. Il luogo stabilito era un ponte di pietra chiara, di quelli che al crepuscolo si tingono di tutte le sfumature di rosa e di porpora fino ad offuscarsi in un nascondiglio opaco al calare delle tenebre. Era medievale, o almeno così credeva la ragazza che fin da bambina giocava in quei pressi ed era solita scatenare guerre declamando dall’alto di quel palco con tanto di stemma inciso nella roccia alle moltitudini di soldati, cavalieri o semplici cortigiani che popolavano il suo immaginario infantile. Stava su quel ponte che sembrava contenere l’impeto sfacciato del torrente con paternalistico affetto. Stava appoggiata sul parapetto e pensava, sentiva. La pietra ancora emanava un poco del tepore del sole a mezzodì, mentre la brezza pomeridiana sempre più fresca suggeriva la fine delle ultime giornate autunnali e preannunciava il tramonto. Sentiva il pizzicare di quel venticello sul viso e piccoli brividi le scesero rapidi dalla cervice alle spalle, intorpidendola. Era tesa ma contenta. Viveva il suo sabato con consapevole entusiasmo ed eccitazione crescente. Temeva non sarebbe giunto. Voleva fermare il tempo, trastullarsi tra dubbio, disperazione e rinnovata speranza; cullarsi in quel frenetico limbo incorniciato di lei e che da lei pulsava tutt’intorno. Nelle piante, nei cespugli, tra le fronde di quel boschetto di bambola che circondava il paese, nello scroscìo del ruscello sotto di lei e nella sua voglia di fuggire via, effimero, dinamico, nel nervoso ronzìo delle ultime incoscienti cicale condannate all’inverno venturo. Fremeva e tremava al pensiero di lui. Le mancava tanto. Del giorno in cui partì per lavorare in città ricordava solo il gesto di rimetterle i capelli dietro le orecchie, mentre il pollice le scorreva sotto gli occhi umidi di certezze, già sapienti di un dolore futuro, delle cicatrici di domani. Così le aveva asciugato le lacrime prima di salire sul trenino a due vagoni che portava oltre le montagne, poi l’aveva baciata piano, senza fretta, frustrazione, disperazione, l’aveva baciata come chi può baciare ancora, con la certezza negli occhi di un amore solo iniziato e con la tenerezza di chi lascia, ma non abbandona. Era ancora con lei. Il sole calava. Non aveva idea dell’ora, ma sapeva che sarebbe arrivato. No, non voleva che arrivasse in quel momento, il crepuscolo non è romantico, è sopravvalutato per la tavolozza di colori con cui tinge le valli e per tutti i sonetti di cui è protagonista. Il tramonto è infingardo, ti stordisce con le sue luci, ma è effimero, e prima che tu te ne possa saziare è già fuggito via. Meglio che Andrea arrivi tra un po’, quando le tenebre avranno coperto la volta celeste di stelle e la notte calda potrà cullare i nostri sospiri fino all’alba, mentre le parole ed i racconti di lui riempiranno l’aria ed io potrò saziarmi della sua voce e del suo abbraccio tenero. Tutto questo continuava a pensare Caterina e mentre il soffio gelido della notte faceva capolino tra le maglie della giacchetta che indossava, lei si riempiva degli aromi notturni, profumi di brina e di bosco, e ripeteva dentro di sé le lettere di lui, parole che risuonavano dentro di lei, e pulsavano, e scandivano i minuti. Ricordava le prime, sebbene più impacciate ed ambigue, come le più care perché contenevano in loro tutta l’insicurezza dell’innamoramento. Ogni parola, ogni esitazione era soppesata dal suo cuore speranzoso fino a ritenerla letale o salvifica, ed era scritta da lui con altrettanto affanno. Poi la confidenza, la spontaneità, la sincerità nel rivelarsi per affetto, a poco a poco, con l’incoscienza di chi ama e non vuole soffrire. E ancora le rivelazioni, le frasi romantiche, i sogni condivisi, i grandi pianti e i sospiri di chi già attende. Era notte ormai; il vento soffiava spazzando la valle ed il fiume, e tutte le luci si erano spente. Caterina aveva freddo e canticchiava quella sciocca canzone che le piaceva ripetersi per svuotare la mente. Muoveva piano le labbra un po’ arsurate dalla brezza e guardava il vuoto, e piano piano vedeva allontanarsi le fila dei suoi ragionamenti, pensiero dopo pensiero, come una catena di carta velina che si dirigeva verso l’orizzonte. Poi Caterina sorrise. |
|
|